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Barcellona (1871)
I caffè di Barcellona, come quasi tutti i caffè della Spagna, sono un solo vastissimo salone ornato di grandi specchi, con tanti tavolini quanti ce ne posson capire; dei quali è raro che rimanga libero un solo, neanco per una mezz'ora, in tutta la giornata. La sera son tutti pieni, affollati, da dover molte volte aspettare un bel pezzo per avere un posticino accanto alla porta; intorno a ogni tavolino, v'è un crocchio di cinque o sei caballeros, colla capa sulle spalle (un mantello di panno oscuro, munito d'un'ampia pellegrina, che si porta in vece del nostro pastrano); e in ogni crocchio si giuoca al domino. È il giuoco più in voga presso gli Spagnuoli. Nei caffè, dall'imbrunire sino a mezzanotte, si sente un rumore fitto, continuo, assordante, come il rumor della grandine, di migliaia di tessere volte e rivolte da centinaia di mani, che quasi bisogna alzare la voce per farsi sentire da chi vi è accanto. (21)

Burgos
E poichè sono a parlar di botteghe, entriamo in una bottega da tabaccaio, a vedere che c'è di diverso dalle nostre. [...] La prima volta che s'entra in una di queste botteghe, specie quando c'è molta gente, vien da ridere a veder quei tre o quattro che vendono, sbatter le monete sul banco in maniera da farsele saltare fin sopra la testa, e coglierle in aria, con un gesto da giocatori di bussolotti; e fan così da per tutto per accertarsi col suono che le monete sian buone, poichè ne corron moltissime false. (97)

Madrid, Puerta del Sol (1871)
Sui marciapiedi, che son larghi da poterci far passare quattro carrozze di fronte, bisogna aprirsi il passo a forza: nello spazio d'una lastra di pietra vedete una guardia civile, un venditor di fiammiferi, un sensale, un povero, un soldato, tutti in un mazzo. Passano frotte di scolari, serve, generali, ministri, contadini, toreros, signore; vagabondi spiantati che vi domandan l'elemosina nell'orecchio per non farsi scorgere, mezzani che vi guardano con occhio interrogativo, donne leggere che vi urtano al gomito; da tutte le parti cappelli in aria, sorrisi, strette di mano, saluti allegri, grida di:—Largo,—di facchini carichi e di merciaiuoli col botteghino al collo; urli di venditori di giornali, strilli di acquaiuoli, squilli di corno delle diligenze, chiocchi di frusta, rumor di sciabole, tintinnío di chitarre, canti di ciechi. Poi passano i reggimenti colle bande musicali, passa il Re, s'innaffia la piazza con immensi getti d'acqua che s'incrociano nell'aria, vengono i portatori d'avvisi ad annunciar gli spettacoli, irrompono sciami di monelli con bracciate di supplementi, esce un esercito d'impiegati dai Ministeri, ripassan le bande musicali, le botteghe s'illuminano, la folla si fa più fitta, i colpi di gomito spesseggiano, cresce il vocío, lo strepito, il moto. E non è moto di popolo affaccendato; è vivacità di gente allegra, è gaiezza carnevalesca, ozio inquieto, ribollimento, febbriciattola di piacere, che vi si attacca e vi tien lì o vi spinge in giro come un arcolaio senza lasciarvi uscir dalla piazza; una curiosità che non si stanca mai, una beata voglia di spassarsela, di non pensare a nulla, d'ascoltar chiacchiere, di bighellonare, di ridere. Tale è la famosa piazza di Puerta del Sol. (132)

Arrivate davanti a casa vostra; ma non avete la chiave della porta. “Non si confonda,” vi dice il primo cittadino che incontrate, “vede là in fondo alla strada quella lanterna? L'uomo che la porta è un sereno, e i serenos hanno le chiavi di tutte le case;” Allora voi gridate ad alta voce:—Sereno!—e la lanterna si avvicina, e un uomo con un[139] enorme mazzo di chiavi tra le mani, datavi un'occhiata scrutatrice, v'apre la porta, vi fa lume fino al primo piano e vi augura la buona notte. Così tutte le sere: con una lira al mese voi siete libero dalla briga di portar in tasca le chiavi di casa. Il sereno è un impiegato del Municipio, ve n'è uno per ogni strada, ed ognuno ha un fischietto; se vi piglia foco in casa o i ladri vi fan saltare la serratura, voi non avete che a buttarvi alla finestra e gridare:—Sereno! Aiuto!—Il sereno che è nella strada fischia, i sereni delle strade vicine fischiano, in pochi minuti tutti i sereni del quartiere accorrono in vostro soccorso. A qualunque ora della notte voi vi svegliate, sentite la voce del sereno che ve l'annunzia, soggiungendo che fa bel tempo, o che piove, o che sta per piovere. (139) (Edmondo De Amicis, "Spagna", G. Barbèra, Editore, Fireze, 1873, The Project Gutenberg EBook of Spagna)

Parigi, 28 giugno 1878
La prima impressione è gradevole.

È la grande piazza irregolare della Bastiglia, spettacolosa e tumultuosa, nella quale sboccano quattro _boulevards_ e dieci vie, e da cui si sente rumoreggiar sordamente il vasto sobborgo di Sant'Antonio. Ma s'è ancora intronati dallo strepito della grande Stazione lugubre, dove s'è discesi rotti e sonnolenti; e quel vasto spazio pieno di luce, quei mille colori, la grande colonna di Luglio, gli alberi, il viavai rapidissimo delle carrozze e della folla, s'intravvedono appena. È il primo soffio impetuoso e sonoro della vita di Parigi, e si riceve a occhi socchiusi. Non si comincia a veder nettamente che nel _boulevard_ Beaumarchais.

Qui comincia ad apparire Parigi. [...] Fra le due file degli alberi è un andirivieni di carrozze, di grandi carri, di carrozzoni tirati da macchine a vapore, e d'omnibus altissimi, carichi di gente, che sobbalzano sul selciato ineguale con un fracasso assordante. Ma è un movimento diverso da quello di Londra. Il luogo aperto e verde, i visi, le voci, i colori, danno a quel tramestìo l'aspetto più di un divertimento che di un lavoro.

[...] Arriviamo finalmente sulla Senna. [...] Davanti e dietro di noi i ponti lunghissimi confondono i loro archi d'ogni forma, e le strisce nere della folla che brulica dietro ai loro parapetti; sotto, i battelli stipati di teste s'inseguono; frotte di gente scendono continuamente dalle gradinate delle rive e fanno ressa agli scali; e la voce confusa della moltitudine si mesce ai canti delle mille donne affollate nei lavatoi, al suono dei corni e delle campanelle, allo strepito delle carrozze dei _quais_, al lamento del fiume e al mormorio degli alberi delle due rive, agitati da un'arietta vivace che fa sentire la freschezza della campagna e del mare. (Edmondo De Amicis, "Ricordi di Parigi", Fratelli Treves, Editori, Milano, 1879, The Project Gutenberg EBook of Ricordi di Parigi)

Olanda, 1878
[olandese mulini] Questa miriade di torri alate sparse per il paese, danno alla campagna un aspetto singolare; animano la solitudine; [...] girano, s’arrestano, s’affrettano, si rallentano; rompono il silenzio col loro tic tac sordo e monotono. (Edmondo De Amicis, "Olanda", G. Barbèra, Editore, Fireze, 1876, The Project Gutenberg EBook of Olanda, p .113)

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